NOTE SULL'ARTE

scritte dal dott. Giuseppe Frascaroli

Albrecht Dürer - l'Autoritratto con pelliccia

21/05/2022 - nota n° 174
I rapporti tra arte italiana e arte tedesca tra la fine del Quattrocento e la prima metà del Cinquecento costituiscono uno dei capitoli più complessi e affascinanti della storia della cultura europea. Esponente principale di questa interrelazione fu Albrecht Dürer, nato a Norimberga nel 1471, ivi deceduto nel 1528, considerato uno degli artisti maggiori del XVI secolo e massimo esponente della pittura tedesca rinascimentale. ... CONTINUA
Insigne pittore, incisore e teorico d’arte, apprendista nella bottega paterna di oreficeria, fin dall’inizio Dürer rivela un segno incisivo ed espressivo, una straordinaria capacità di penetrazione psicologica dei personaggi ritratti che gli permetteranno di essere uno dei massimi esponenti oltre che della pittura, del disegno e della xilografia. Durante i diversi viaggi che fece in Italia ebbe modo di apprendere e approfondire la cultura rinascimentale veneziana e probabilmente anche fiorentina, acquisendo in pieno i principi fondamentali del Rinascimento italiano, in particolare l’arte delle proporzioni, carenti tra gli artisti tedeschi. Nascono così autentici capolavori, come i molti autoritratti: l’indagine di sé stesso è uno dei temi preferiti di questo grande artista che contrassegneranno le varie fasi della sua carriera.
Il magnifico “Autoritratto con pelliccia” (figura n° 22) è l’ultimo degli autoritratti dipinti dal Maestro e segue “L’autoritratto con fiori d’eringio” del 1493 e “l’Autoritratto con guanti” del 1498. L’esperienza del primo soggiorno in Italia dovette ispirare a Dürer l’idea di concepire l’autoritratto come affermazione del proprio valore intellettuale, contrapponendosi alla tradizione tedesca che vedeva ancora l’artista come poco più di un artigiano.
L’”Autoritratto con Pelliccia”, dipinto a olio su tavola, di cm 67x49, è stato eseguito nel 1500 ed è conservato nell'Alte Pinakothek di Monaco di Baviera. Firmato con monogramma e datato, con iscrizione in aulico latino: “ALBERTUS DURERUS NORICUS / IPSUM ME PROPIIS SIC EFFIN / GEBAM COLORIBUS AETATIS / ANNO XXVIII” (Io, Albrecht Dürer, di Norimberga, all’età di ventotto anni, con colori eterni ho dipinto me stesso a mia immagine). Si tratta dell'ultimo e più celebre autoritratto dell’artista, vera tappa fondamentale dell'apprezzamento di sé stesso nell'arte europea. In questo ritratto Dürer abbandona lo schema della figura di profilo di tre quarti adottando una posizione rigidamente frontale. La ieratica frontalità è pertinente alla rappresentazione del volto di Cristo, la vera icona, e vuole alludere al ruolo dell’artista come “creator”. E proprio come “Salvator Mundi” Dürer ha voluto rappresentarsi, con la mano destra che tiene il bavero della pelliccia in un gesto che ricorda quello della mano benedicente di Cristo.
Il viso, incredibilmente espressivo, seducente e magnetico regala all’astante un’espressività serafica e impassibile dell'artista, dalla lunga capigliatura di folti ricci biondi, mentre indossa un abito impreziosito da una elegante collo di pelliccia, simbolo dell’agiatezza e dell'elevato rango sociale raggiunto dallo stesso artista.
Dopo la morte del pittore l'autoritratto venne custodito, assieme ad altre sue opere, nel municipio di Norimberga, dove si trovava ancora nell'ultimo quarto del Cinquecento. Venne sottratto alla città nel XVIII secolo, approdando alle collezioni reali di Baviera nei primi anni dell'Ottocento.


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