NOTE SULL'ARTE

scritte dal dott. Giuseppe Frascaroli

Ubaldo Gandolfi - San Francesco riceve le stimmate

14/10/2026 - nota n° 398
Ubaldo Gandolfi (San Matteo della Decima, 1728 – Ravenna, 1781) fu un importante pittore italiano, protagonista della scuola bolognese. Formatosi a Bologna presso l’Accademia Clementina, assimilò la grande tradizione emiliana dei Carracci e del Guercino. Si distinse nella pittura sacra per la vivacità compositiva, la raffinatezza del disegno, la morbidezza del colore e la capacità di conferire intensa partecipazione emotiva alle scene religiose. La sua arte, sospesa tra la vitalità del Barocco e la sensibilità classicista, costituisce una delle espressioni più significative della pittura bolognese del XVIII secolo.
“San Francesco riceve le stimmate” è un dipinto a olio su tela, realizzato da Ubaldo Gandolfi nel 1768, di cm 263 x 180, conservato presso la Pinacoteca di Brera a Milano.
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In questa composizione il pittore bolognese traduce in immagini di straordinaria intensità poetica uno degli episodi più alti e misteriosi della vita di San Francesco d’Assisi: il momento in cui il santo riceve le stimmate, segni tangibili della sua totale identificazione con Cristo crocifisso. La composizione si apre come una visione celeste, nella quale la dimensione terrena sembra dissolversi nella luce soprannaturale. Al centro della scena, San Francesco, avvolto nel suo umile saio, volge lo sguardo verso l’alto, con un’espressione che unisce stupore, abbandono e commozione. Il suo corpo, sostenuto dalla presenza degli angeli, appare quasi sollevato dalla gravità, come se la grazia divina lo stesse introducendo nel mistero della Passione. Nel volto del santo, Gandolfi concentra la forza spirituale dell’intera narrazione: gli occhi rivolti al cielo e le labbra appena dischiuse esprimono l’intensità di un incontro ineffabile tra l’umano e il divino. Intorno a Francesco, angeli e putti animano lo spazio con gesti delicati e movimenti sinuosi. Le grandi ali spiegate sembrano aprire un varco tra il mondo visibile e quello invisibile, mentre le figure celesti partecipano all’evento con atteggiamenti di meraviglia e contemplazione. La composizione, attraversata da linee diagonali e ritmi avvolgenti, guida lo sguardo verso l’alto, trasformando la scena in un movimento ascensionale carico di spiritualità. La tavolozza cromatica, caratterizzata da verdi profondi, azzurri delicati, bruni caldi e luminose tonalità dorate, conferisce all’opera una raffinata morbidezza atmosferica. La luce accarezza i volti e i panneggi, facendo vibrare le superfici e suggerendo la presenza di una realtà trascendente. Il sapiente chiaroscuro sottolinea il contrasto tra la concretezza del corpo umano e l’immaterialità della visione celeste. Gandolfi rivela in quest’opera la propria capacità di fondere la tradizione figurativa emiliana con la grazia e la teatralità della pittura settecentesca. La vivacità dei gesti e la ricchezza compositiva non diventano mai semplice spettacolo, ma rimangono al servizio dell’intensità religiosa dell’episodio. Anche gli elementi naturali e gli oggetti umili ai piedi del santo richiamano la semplicità della vita francescana, fondata sulla povertà, sull’umiltà e sulla fraternità con ogni creatura. Le stimmate diventano così il simbolo supremo di un amore che trasforma il dolore in dono e la fragilità in testimonianza di fede. Gandolfi non rappresenta soltanto un miracolo, ma il mistero di un’anima che, attraverso l’abbandono totale a Dio, giunge a condividere la sofferenza di Cristo. L’opera invita infine a contemplare la santità come una forma assoluta d’amore: nella luce che avvolge Francesco e nella dolcezza delle presenze angeliche sembra risuonare ancora il messaggio del Poverello di Assisi, secondo cui la vera ricchezza dell’uomo consiste nel farsi umile per aprire il proprio cuore all’infinito.
© Giuseppe Frascaroli

ARTE - ARCHIVI

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