NOTE SULL'ARTE

scritte dal dott. Giuseppe Frascaroli

Pier Francesco Mazzucchelli, detto il Morazzone - Incoronazione di spine - Firenze

28/07/2026 - nota n° 393
Pier Francesco Mazzucchelli, detto il Morazzone (Morazzone, 29 luglio 1573 – Piacenza, 1626), è stato uno dei più importanti pittori italiani dell'età della Controriforma e del primo Seicento lombardo. Insieme al Cerano e a Giulio Cesare Procaccini, compone la celebre "triade" dei registi della pittura sacra promossa dai cardinali Carlo e Federico Borromeo nella diocesi di Milano. (Si veda anche in Note sull’Arte alla nota n° 198 del 29/07/2022)
L'Incoronazione di Spine<\i> che il Morazzone, realizza intorno al 1610 è una delle più alte espressioni del naturalismo lombardo di primo Seicento. Conservata presso la Fondazione di Studi di Storia dell'Arte Roberto Longhi di Firenze, quest'opera racchiude tutta la forza drammatica della pittura post-caravaggesca, reinterpretata attraverso una sensibilità intensamente spirituale e teatrale.
Continua
Fin dal primo sguardo, la scena si impone con una violenza trattenuta, quasi silenziosa. Non vi è alcuna ricerca dell'effetto spettacolare fine a sé stesso: tutto converge verso il volto di Cristo, che diviene il centro luminoso e teologico dell'intera composizione. Il fondo oscuro dissolve ogni riferimento spaziale, facendo emergere i protagonisti come figure sospese in una notte senza tempo, dove il dolore assume il valore dell'eternità. Cristo appare seduto, il corpo piegato sotto il peso della sofferenza, ma ancora straordinariamente nobile. L'anatomia, modellata da una luce intensa e radente, rivela una conoscenza profonda del corpo umano: i muscoli, le vene, le spalle e il torace sono descritti con un realismo che non celebra la forza fisica, bensì la vulnerabilità del Verbo fatto carne. È un corpo che non oppone resistenza, ma si offre liberamente, trasformando l'umiliazione in atto d'amore. Il capo, reclinato con dolcezza, riceve la corona di spine che due aguzzini premono con rozza brutalità mediante lunghi bastoni. Il gesto è crudele, ma il volto del Salvatore non restituisce odio. Gli occhi socchiusi sembrano rivolgersi verso un orizzonte invisibile, oltre la violenza degli uomini. È il volto della mansuetudine profetizzata da Isaia, dell'Agnello condotto al macello senza aprire bocca. La luce costituisce il vero linguaggio dell'opera. Morazzone la impiega non soltanto per modellare i volumi, ma per esprimere il mistero della Redenzione. Essa accarezza la carne di Cristo come una presenza divina, mentre lascia nell'ombra i carnefici, quasi a suggerire che il male non possiede mai una luce propria. L'oscurità diviene così simbolo della cecità del peccato, mentre il corpo del Redentore continua a irradiare una bellezza che nessuna violenza può cancellare. Straordinaria è anche la costruzione compositiva. Le diagonali formate dai bastoni convergono verso il capo coronato di spine, trasformandolo nel fulcro visivo e spirituale del dipinto. Tutta la tensione narrativa si raccoglie in quel punto preciso, dove il dolore umano incontra il progetto salvifico di Dio. I carnefici non assumono i tratti di mostri, ma quelli di uomini comuni, proprio perché il peccato appartiene alla condizione umana. La loro forza fisica contrasta con la superiorità morale di Cristo, che, pur nella debolezza apparente, manifesta una regalità infinitamente più grande di quella che i suoi persecutori intendono deridere. Osservando questo capolavoro si ha l'impressione che il tempo si arresti. Il silenzio sembra riempire la scena più delle grida, e il dolore si trasforma in contemplazione. Morazzone non dipinge semplicemente un episodio evangelico: dipinge l'amore che accetta di essere ferito per salvare l'uomo. La carne trafitta diventa luce, la sofferenza diventa speranza, e quella corona intrecciata di spine si trasfigura nella più autentica corona della gloria. È questa la grandezza della sua pittura: condurre lo spettatore oltre la cronaca della Passione, fino al cuore stesso del mistero della Redenzione, dove la vittoria di Cristo nasce proprio là dove il mondo crede di contemplarne la sconfitta.
© Giuseppe Frascaroli.

ARTE - ARCHIVI

Ghenos, software di digitalizzazione archivi

Ghenos e gli Stati d'Anime

Tra gli archivi oggi disponibili per la consultazione, i più interessanti, cioè quelli che danno i maggiori risultati positivi, sono gli Archivi Parrocchiali, ed in special modo i Registri Parrocchiali. Grazie a quest’ultimi, nella storia dell’arte, possiamo arrivare ad identificare anche la presenza di artisti che hanno operato o vissuto in una data località. Un esempio interessante ci viene fornito dalla Soprintendenza Speciale per il Patrimonio Storico, Artistico ed Etnoantropologico di Roma. Se avete modo di leggerlo, su internet si trova anche una sintesi in pdf, scoprirete l’importanza che hanno gli Stati d’Anime. Il titolo del libro è “Alla ricerca di ‘Ghiongrat’, studi sui libri parrocchiali romani (1600-1630) a cura di Rossella Vodret. Dopo un interessante ed eloquente spiegazione di cosa sono gli Stati d’anime. “Gli Stati delle Anime sono registri di natura religiosa contenenti i nomi, i cognomi, le età, le provenienze e le professioni dei residenti nelle circoscrizioni parrocchiali.
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Compilati dai parroci con cadenza annuale sono a tutti gli effetti documenti ecclesiastici, ma per le informazioni che forniscono e per come sono strutturati, costituiscono le principali fonti disponibili per ricostruire la storia delle popolazioni e sono utili anche per la storia urbanistica, per la storia sociale ed economica, per la storia dell’architettura e dell’arte. Il lavoro di ricerca che lo studio ha effettuato, dopo dieci anni, ha potuto documentare tutti gli artisti che nel periodo sottoposto ad analisi hanno vissuto a Roma portando il loro contributo alla crescita culturale della città.
A nostro parere, pur essendo stato un dettagliato ed intenso lavoro di analisi, nonché di lettura dei registri, porta ad una riflessione che potrebbe mettere in discussione l’interesse degli storici a questo tipo di ricerca. L’uso frequente della consultazione degli archivi, porta inesorabilmente ad una inevitabile usura dei registri stessi. Meglio sarebbe digitalizzare i registri affinché possano essere successivamente consultabili da chiunque voglia intraprendere delle ricerche.
Ghenos, il software per la digitalizzazione degli archivi parrocchiali, è stato realizzato proprio per evitare le continue consultazioni a contatto con i registri cartacei. È una soluzione validissima che consente di effettuare ricerche approfondite senza doverli sfogliare. Con questo software non ci si limita ad inserire indici per visualizzare le pagine dei registri, ma, con un buon gruppo di lavoro, vengono inseriti tutti i dati dei fedeli che i parroci nel tempo hanno scritto sui registri sacramentali. Possiamo quindi trovare con facilità ogni individuo, la sua genealogia e le varie annotazioni che lo riguardano. Gli Stati d’anime diventano con Ghenos i registri cardine della ricostruzione genealogica, e da qui, anche in futuro, chiunque potrebbe trarre informazioni utili alle sue ricerche.
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